In un quadro così drammaticamente frantumato, una scena internazionale in bilico tra globalizzazione e il nazionalismo, che cosa può voler dire accordare il mondo: fare opera di mediazione, comporre i contrasti e così via? Chi sono e cosa fanno i diplomatici dell’era globale? Certamente, non sono più i funzionari di una ragion di Stato, ma forse neppure i custodi di un’area di interessi.
Molto semplicemente l’ex segretario di Stato statunitense Henry Kissinger (già Segretario di Stato) asseriva, già qualche anno fa, che gli ambasciatori non hanno più ragione di essere e la loro una inutile costosa burocrazia, ma c’è chi al contrario di Kissinger creda che sia ancora tempo di diplomazia e che proprio attraverso l’opera della diplomazia la comunità internazionale possa, nel tempo, giungere a delineare la carta di un nuovo ordine del mondo in grado di dare soddisfazione ai diritti dei popoli. Allora, accordare il mondo potrà voler dire interpretare le sue diversità avvicinando le divergenze.
Disegnare il mondo pare impossibile per la ragione che non vi è u disegnatore. Per disegnare un qualche cosa, è d’uopo che la disegni; ma accordare il mondo è un’altra cosa.
Il mondo è, fondamentalmente, quello che è. Le frontiere sono quelle che sono. Certo, ora, vi è un processo nuovo che viene denominata globalizzazione, che in parte annulla le frontiere per certi versi, ma non le elimina del tutto come si nota quotidianamente.
Fra queste diverse entità, diversi soggetti con tradizioni, storie e culture differenti, si tratta di trovare il modo di convivere. Adesso è, certamente, più complicato di quando non lo fosse prima della Guerra fredda; allora, forse, c’era più pericolo per la ragione che vi era la minaccia incombente di una guerra nucleare o, comunque, catastrofica che adesso, onestamente, non si può prevedere, ma vi sono molti rischi localizzati, quindi anche quella di finire dentro un’aerea di crisi di qualche tipo; e questo chiede un lavoro di aggiustamento, di cercare di riparare laddove ci sono degli screzi o delle difficoltà dei conflitti.
Il fallimento classico che si ha sotto gli occhi è quello medio orientale. Sono più di cinquanta anni che su questo problema – in parte con pressioni, con aiuti, con sovvenzioni, con schieramenti – la diplomazia non riesce a trovare soddisfazione. È un caso, direi, estremo in quanto vi sono tutte le condizioni per rendere il problema palestinese – israeliano un nucleo di crisi fondamentale, per il fatto che vi sono tutti i dati per renderlo arduo:
* c’è un aspetto religioso che è importante, anche se non è l’unico; * etnico, con diverse etnie; * politico, che è durato fino al 1990, perché grosso modo gli Stati Uniti stavano da una parte e l’URSS dall’altra; * economico, in quanto Israele è un paese prospero, ad alto livello tecnologico, di educazione, mentre i palestinesi sono emigrati in tutte le parti del mondo e chi è restato lì se ne è restato nei cardini dei rifugiati.
Quindi, ci sono tutti i problemi per renderli quasi irrisolvibili.
Mentre, un tempo, la diplomazia si occupava primariamente di politica, cioè a dire i problemi fra Stati erano dei problemi politici – la rettifica di una frontiera, accesso al mare per certi Stati e così via. L’Europa, per secoli, si è disputata di chi dovesse essere la zona della renania, se era francese o tedesca.
I diplomatici, quindi, più o meno in segreto o, comunque, per impulso delle cancellerie, del principe nei tempi proprio passati, poi dei governi e in gran parte per il ministro degli esteri, negoziavano, in qualche modo, tra loro le vicende politiche degli Stati. Sebbene le relazioni internazionali queste erano, adesso esse toccano praticamente tutto come la politica entro certi limiti, l’economia, la finanza, l’ambiente,la sanità e via discorrendo. Non vi è sostanzialmente area della vita sociale che non abbia una sua dimensione internazionale e che, quindi, non corrispondono in qualche modo degli interessi del Paese. Allora, i diplomatici dovrebbero fare tutto o, meglio, occuparsi di tutto, il che, ovviamente, non possono fare o lo possono fare in maniera superficiale, poi hanno bisogno di tecnici.
Il mestiere del diplomatico, per riassumere una serie di eclettismi, è un lavoro che necessita la disponibilità a fare, magari superficialmente, molte cose.
L’attività del diplomatico continua nel tempo, anzi i momenti di crisi sono la punta dell’iceberg dell’attività. Nel momento in cui diventa visibile, un diplomatico che arriva in un Paese cosa fa? Siccome ci sono tante specifiche attività, viene assegnata una piuttosto che l’altra. Si supponga, ad esempio, l’ambasciatore che organizza la sua ambasciata: deve cercare di avere dei canali di comunicazione con il governo locale, conoscere chi e chi fa che cosa, avere quanto migliori rapporti possibili con chi si trova alle leve del comando, però non è sufficiente con chi è al comando in quanto, mentre un tempo queste leve erano del tutto riservato al Ministero degli Esteri (faceva la diplomazia, la pace , la guerra), oggi la diplomazia è fatta da tantissimi soggetti come i mezzi di informazione, le lobby, i centri di ricerca, le imprese. Certe scelte di politica estera vengono dagli interessi economici. Fintanto che lo Stato esiste come Stato – nazione saranno gli interessi di quello Stato che in certo modo influenzano anche la politica estera.
Il diplomatico, quindi, che deve cercare di coordinare con tanti soggetti diversi, deve avere dei canali di comunicazione il più vasto e il più articolato possibile con tutti i soggetti; intrattenere dei rapporti, conoscerli, capire cosa vogliono, cercare di spiegare che cosa vuole il proprio Paese in quel campo, e questo è un lavoro quotidiano; poi viene la crisi, augurandosi che non venga e in quel momento si tratterà di trovare un accordo, ma questo è un momento per fortuna abbastanza raro per lo meno con i Paesi amici.
Specificità della diplomazia italiana e modus operandi e il modo in cui si differenziano rispetto a quella europea e a quella statunitense. Qualcuno asserisce che la diplomazia italiana è poco efficace nel senso che persegue meno duramente di altre degli interessi nazionali. Però la diplomazia riflette quello che vuole il Paese, cioè non esiste un cast di diplomatici che agisce a modo suo staccata dal resto del Paese. L’Italia, ad esempio, è una nazione che, in questo dopoguerra, proprio perché c’è stato prima il fascismo, la guerra rifiutata da tutti gli italiani, tende ad avere le posizioni conciliatorie, non conflittuali. A Nizza, nel dicembre 2000, c’è stato un summit in cui si discusse il destino dell’Europa e molti Paesi si sono sbranati l’uno con l’altro, mentre l’Italia, che non aveva, al contrario, una rivendicazione più che ai suoi interessi, in un vertice come quello di Nizza, ha cercato di portare gli interessi di tutti. Lo stesso presidente della repubblica Ciampi dichiarò che se l’Italia non ha dei propri interessi ha allora gli interessi dell’Europa vuole portare avanti. In qualche modo, l’Italia tende più a guardare l’interesse generale che il suo interesse particolare. Questo ha una caratteristica per cui alle volte non torna a casa con la valigia piena perché non ha acquistato nulla, ma ha comprato semmai degli interessi generali e un atteggiamento conciliatorio.
La diplomazia statunitense è diversa dalle altre diplomazie nella misura in cui molto spesso si mescola con la politica. Questo anche per la ragione che l’ambasciatore statunitense ha un ruolo politico. Poniamo un esempio: l’ambasciatore statunitense in Guatemala è un personaggio della vita politica del Guatemala. Proprio per la dimensione degli Stati Uniti l’ambasciatore statunitense incorpora un peso politico, al contrario, l’ambasciatore italiano in Guatemala non è un uomo politico cioè non ha un peso politico, egli si occuperà, affinché gli affari con il Guatemala vadano bene, che ci siano solide manifestazioni italiane di carattere culturale in Guatemala, che non ci siano degli intoppi, che i cittadini italiani siano trattati bene e via discorrendo. Insomma, si occuperà di questo genere di cose ma non ha un peso politico. Non è che il governo del Guatemala si preoccupa di quello che pensa l’ambasciatore italiano, mentre si preoccupa di quello che pensa l’ambasciatore statunitense. Che li vi sia più politica e meno tecnica è dato dalla ragione che gli Stati Uniti sono l’unica super Potenza che è rimasta e, quindi, ha un peso preponderante negli affari mondiali.
Si faceva l’esempio degli Stati Uniti d’America, in cui la connessione fra politica e diplomazia è molto forte che altrove. Nella ex Unione Sovietica il diplomatico sovietico si atteneva alle istruzioni, riferiva quello che gli veniva detto e, in molti Paesi, è ancora così, soprattutto in quello in cui vige la dittatura. In un Paese democratico il diplomatico deve riflettere quello che è il sentimento generale del Paese, delle forze politiche e del governo, che in quel momento sta governando il suo Paese. Il diplomatico deve rappresentare, difendere al meglio e far intendere quali sono gli interessi del suo Stato.
Che la diplomazia è sempre subordinata ad immediati interessi politici o può muoversi sotto altre pressioni, non è possibile nel senso che non deve farsi portatore del partito che in quel momento è al governo, ma spetta anzitutto all’esecutivo di non chiedere ai diplomatici di essere agenti di se stesso.
La diplomazia è il corpo che assicura affinché gli interessi dello Stato siano assicurati oltre i propri confini, cioè all’estero. Siccome gli interessi dello Stato sono tanti come gli interessi, ad esempio, dei cittadini- estradizione e via discorrendo -, si rammenti al caso della cittadina italiana Baraldini, condannata ad una pena molto severa negli Stati Uniti, accusata di aver preso parte ad un’azione terroristica, in cui si venne a creare una dura divergenza di vedute fra Roma e Washington D.C.
Al diplomatico o, meglio, all’ambasciatore italiano nella capitale statunitense, circa la pena di morte, è stato, varie volte, di andare a rappresentare il profondo dispiacere presso il governo statunitense, l’avversione che l’intera nazione italiana porta nei confronti delle esecuzioni delle sentenze capitali, in particolar modo nel caso dell’italo americana Baraldini. Tutto ciò non ha nulla a che fare con la politica, l’economia, la finanza e così via, di cui il diplomatico si occupa.
Per quanto concernono i diritti umani, si può asserire che questi sono una parte importante della diplomazia nel mondo attuale, in cui, quotidianamente, i diritti dell’essere umano sono calpestati. Essi, ormai, sono integrati nelle relazioni fra gli Stati.
Il mestiere del diplomatico è da considerare un lavoro che vale la pena d’essere fatto per la ragione che è tuttora indispensabile anche in un mondo virtuale, in cui tante cose si possono fare senza una partecipazione diretta. È possibile comunicare istantaneamente. Il diplomatico da questo punto di vista prende la propria cartellina, si reca dal Ministro degli Affari Esteri, ecc. sembra un po’ superato, ma, poi, fra stare in un Paese e, al contrario,vivere la vita di quel Paese e, invece, far le cose da casa pigiando dei bottoni di una tastiera di un personal computer, vige una grossa differenza per il fatto che la realtà di un Paese un diplomatico la conosce, in seguito, la comprende quando è in loco e il radicamento sul territorio non è la stessa cosa dirigere da fuori e starci dentro. Il diplomatico si trova immerso in delle realtà che sono diverse dalla sua.
La diplomazia è ancora necessaria perché, in realtà, il mondo è costituito ancora, malgrado tutte le globalizzazione, di realtà e di culture differenti.
Come è possibile accordare il mondo, farlo in aree geografiche influenzate dai fondamentalismi che vedono nella guerra la propria ragion d’essere? Non si deve pensare che vi siano comunità che vogliono la guerra o i conflitti con l’altro. Uno ha bisogno di un altro per odiarlo, deve creare l’immagine di quello che è diverso da sé e, successivamente, così lo odia. |