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Un avvocato per Saddam Hussein |
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ten. col. Carlo Stracquadaneo
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Il 10 Agosto 2004, l’avvocato indiano Vinod P. Bakthavatchalam di Chennai (già Madras) ha accettato la proposta avanzata da Amnesty International, di far parte del collegio di difesa per il processo del deposto presidente iracheno Saddam Hussein, davanti al tibunale speciale che lo giudicherà per crimini di guerra e genocidio. Ecco come l’avvocato, 68 anni, uno dei massimi esperti legali di diritti umani in India e Asia centrale dove è noto per la difesa di guerriglieri dei gruppi terroristici del Tamil-nadu, racconta i perché della sua decisione di assumere questo incarico.
Chennai, 14 Agosto Avvocato Bakthavatchalam, come considera questo suo nuovo incarico? “Io sono un legale esperto di diritti umani, non mi interesso nè di relazioni internazionali né di affari politici, ci sono molti aspetti della vicenda Saddam Hussein che richiedono molti approfondimenti”. A cosa intende riferirsi? “Mi riferisco a questioni di procedura e di diritto. Nelle mie difese mi preoccupo esclusivamente di questioni giuridiche; anche in questo caso mi interessa prioritariamente che all’ex raìs sia garantito un giusto processo”. Ha dubbi concreti sulle garanzie di un giusto processo per Saddam Hussein? “In questo momento le regole del Tribunale speciale iracheno sono tutt’altro che chiare e la reazione più immediata dell’imputato è quella di non riconoscere la giustizia di quella Corte. Questo stato dei fatti tende a dare all’imputato Saddam una immagine grottesca, come di un uomo che non vuole rispettare la legge. Inoltre ci sono molti punti oscuri sulle condizioni di detenzione di Saddam Hussein sin dal giorno della sua cattura”. Ad esempio?“Per esempio, molte cose potrebbero dirsi sullo status di prigioniero di guerra di Saddam. Da subito il governo degli Stati Uniti d’America dichiarò che Saddam Hussein sarebbe stato detenuto come prigioniero di guerra, quindi nel rispetto della III Convenzione di Ginevra del 1949, ma questo non ha mai avuto pratica applicazione. Passi pure la detenzione in luogo segreto, ma ci sono altre cose incompatibili con la prigionia di guerra, come la mancanza di corrispondenza con la famiglia. Poi, in Giugno, dopo la cessazione dell’amministrazione provvisoria Usa, sembrò che il “prigioniero” venisse restituito al suo Paese; si attese l’avvio delle fasi pre-processuali del Tribunale speciale, ma mentre apparve subito chiaro che la corte dovesse rendere conto a Washington sul suo operato, dall’altra Salem Chalabi - il presidente del tribunale speciale - vietò i contatti fra Saddam e i suoi legali, e tutto questo proprio mentre venivano formati i capi d’accusa dell’imputato”. Lei dice quindi che Saddam Hussein non ha potuto concordare una linea difensiva con i suoi legali? “E’ assolutamente così. Prima dell’udienza preliminare dello scorso 1 Luglio l’imputato non aveva potuto consultare alcun avvocato. Poco più di due settimane prima aveva solo ricevuto la seconda visita della Croce Rossa Internazionale e aveva potuto scrivere una lettera di circa quindici righe alla moglie. Queste cose, messe in rapporto alla personalità del deposto leader, rendono particolarmente difficile non solo la sua difesa, ma persino la ricostruzione di ogni forma di verità. Per esempio, anche il fatto che alla prima udienza, il suono della voce di Saddam Hussein non fosse udibile, ha fatto nutrire dubbi sul controllo del procedimento, sebbene in seguito alcuni dei suoi commenti siano stati trasmessi. Dunque, questo genere di processi assomigliano molto al tipo di procedura speciale varata dal governo degli Stati Uniti per i terroristi internazionali contro gli Usa, legislazione che oggi è stata ampiamente abrogata da sentenze della Corte Suprema di Giustizia dell’unione." Lei quindi è contrario a un processo contro Saddam Hussein e i suoi ministri? “Non ho mai detto questo. Io credo che l’avvio di procedimenti legali che giudichino sulla responsabilità per una serie di crimini di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità, dev’essere sempre accolto positivamente, tuttavia - per rendere giustizia alle migliaia di vittime - quegli stessi procedimenti devono essere equi, imparziali e trasparenti. In questo caso, inoltre, gli Stati Uniti d’America dovranno astenersi dal giocare un ruolo di controllo sul giudizio di Saddam”. Lei da chi è stato contattato per la difesa di Saddam Hussein? “La richiesta mi è giunta da Amnesty International, con l’accordo della famiglia dell’imputato. L’organizzazione, con cui collaboro dal 1976, è preoccupata appunto per l’assenza di avvocati difensori e per la limitazione ai mezzi di informazione emersa nel corso della recente udienza preliminare di Saddam Hussein e di undici membri del suo governo. Inoltre Amnesty International è preoccupata per la preannunciata applicazione della pena capitale tra le possibili sanzioni del Tribunale speciale imbastito in Iraq per il deposto governo”. Quale sarà la sua linea di difesa? “Personalmente non intendo professare l’innocenza piena di Saddam Hussein. Negli affari internazionali egli ha certamente pianificato e attuato una sequela di attentati alla pace, mentre per quanto riguarda le questioni interne sembra sia probabile che abbia commesso direttamente violenze contro singoli individui suoi connazionali e stranieri, mentre per le repressioni e gli eccidi di massa bisognerà provare che egli ha ordinato una serie di violazioni contro il suo popolo e che queste non fossero in esecuzione di leggi interne, forse atroci, ma esistenti al tempo dei fatti. Io sono d’accordo per una profonda verifica processuale delle atrocità commesse, i principi sono giusti, ma è il modo in cui lo si vuole processare che appare non in linea con i diritti umani. Naturalmente non sarò l’unico difensore e quindi la strategia di difesa sarà compito del collegio internazionale di difensori che si sta costituendo. Come dicevo prima, io sono un legale che rifugge la pratica politica; posso affermare però che l’esperienza del colonialismo ha portato noi indiani a conoscere casi in cui alcuni personaggi politici che dai britannici erano considerati “terroristi”, dopo il 1947 vennero proclamati patrioti dal popolo indiano. Allo stesso modo, dovrebbe essere il popolo iracheno a dire se Saddam sia stato o no un criminale, ma attualmente in Iraq non esiste né un governo eletto dal popolo, né una corte di giustizia che sia frutto di un’espressione popolare. Quindi la detenzione di Saddam in luogo segreto, l’inaccessibilità di un legale in sua difesa e lo spegnimento dell’audio durante la sua udienza, danno tutta l’idea di un processo farsa contrario ai diritti umani e al diritto internazionale. E’ essenziale che il processo a Saddam Hussein e agli altri imputati sia equo e pubblico affinché gli iracheni e la comunità internazionale possano vedere che si sta facendo giustizia. Il diritto internazionale durante la detenzione e il processo garantisce ad ognuno il diritto di incontrare i legali di propria scelta e comunicare con loro nei tempi e nei modi desiderati; sia lui che gli altri imputati devono poter godere del proprio diritto alla rappresentanza legale fin dall’inizio del processo. Si può sospettare che volendo togliere la veste internazionale al Tribunale speciale per l’Iraq, lo si voglia sottrarre agli obblighi consolidati nel diritto internazionale dal processo di Norimberga in poi; ma se si può sottrarre un tribunale all’applicazione del diritto internazionale, uno Stato democratico non può rinunciare al rispetto dei diritti dell’uomo”. Visto che il giudizio di Saddam Hussein e dei suoi ministri spetta secondo lei al popolo iracheno, crede che bisognerebbe attendere le elezioni del nuovo parlamento? "Sarebbe la soluzione ideale, ma è attualmente la meno praticabile. Costringerebbe gli imputati a una detenzione preliminare troppo lunga e sottoporre il processo alla formazione dei poteri elettivi potrebbe essere il pretesto per ulteriori attacchi interni ed esterni al già faticoso processo di stabilizzazione dell’Iraq. Per quello che mi riguarda, insisterò presso i colleghi che il processo Saddam Hussei venga celebrato fuori dall’Iraq, per questo bisognerà spingere l’Onu a formare un ulteriore tribunale internazionale “ad hoc” dove si possano celebrare liberi processi per i crimini in Iraq e nel Golfo Persico. Io credo che sia necessario instaurare un tribunale che possa anche giudicare i fatti delle due guerre contro l’Iran e il Kwait, non una corte per mettere alla berlina solo Saddam e qualche suo più importante collaboratore”. Lei crede che possa esserci una manipolazione mediatica sul processo? “Informare liberamente del processo è di straordinaria importanza. Mentre l’accesso del pubblico all’aula giudiziaria può essere impraticabile per ragioni di sicurezza, lo svolgimento dei procedimenti deve poter essere riportato da una molteplicità di mezzi di comunicazione in rappresentanza dei più diversi contesti culturali. Al contrario, durante l’audizione preliminare soltanto i giornalisti delle testate statunitensi sono stati fatti entrare nell’aula. Secondo il diritto internazionale, la stampa e il pubblico possono essere esclusi da tutto o parte del processo unicamente per ragioni di morale, ordine pubblico o sicurezza nazionale”. Avvocato, in seguito alla richiesta di Amnesty International, ha avuto qualche reazione dal governo del suo Paese? "Io non conosco personalmente l’ex presidente iracheno e dato che il suo processo non sarà una cosa da poco, ho valutato attentamente i possibili risvolti sulla mia Nazione a causa del mio incarico. Ho accettato perché l’India non ha mai avuto alcuna disputa con l’ex leader iracheno e il suo governo”. |
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