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Diritto.net

Home il Foro civile Raccolta generale (il Foro civile) Poteri di disposizione dei beni in regime di comunione legale
Poteri di disposizione dei beni in regime di comunione legale PDF Print E-mail
Autore: avv. Danilo Noli   
Con la sentenza n. 4033 del 2003, la Suprema Corte è tornata a pronunciarsi sui poteri di disposizione dei beni rientranti nel regime di comunione legale da parte di uno solo dei coniugi.

 

Indice

1. Il caso concreto deciso dalla Suprema Corte
2. Gli interrogativi posti dalla fattispecie in esame
3. La differente natura della comunione legale e di quella ordinaria
3.1 Natura giuridica
3.2 Il regime di comunione legale
4. La natura degli atti di disposizione
5. La disciplina applicata dalla Suprema Corte


1. Il fatto

Il Signor Tizio, coniuge separato della Signora Caia, alienava l'azienda X, rientrante nella comunione legale dei beni, al Signor Mevio senza il consenso della Signora Caia.

Quest'ultima reagiva convenendo in giudizio i Signori Tizio e Mevio e chiedeva che fosse dichiarata l'invalidità della vendita per violazione delle norme regolatrici degli atti di disposizione di beni rientranti nella comunione legale tra coniugi oppure, in subordine, che il Signor Tizio fosse condannato alla ricostituzione della comunione medesima o al risarcimento del danno.

Per quanto qui di interesse, la vicenda giunge all'esame della Corte di Cassazione in quanto la difesa della Signora Caia sostiene che, stanti la mala fede del Signor Mevio e la natura di azienda del bene compravenduto, la vendita medesima avrebbe dovuto essere dichiarata inefficace ex articolo 1153 c.c..


2. Gli interrogativi posti dalla fattispecie in esame

Una prima rapida analisi della fattispecie de qua consente di rilevare che gli interrogativi da risolvere per una corretta qualificazione del caso concreto sono i seguenti:
a) il regime della comunione legale tra coniugi è una species del più ampio genus della comunione ordinaria o ha una propria autonomia concettuale?
b) gli atti di disposizione di un bene sono atti di straordinaria amministrazione?
c) la disciplina applicabile al caso concreto, sulla base delle soluzioni adottate per i punti a) e b), prevede una sanzione di inefficacia della cessione?


3. La differente natura della comunione legale e di quella ordinaria

Per rispondere al primo quesito, è opportuno verificare quali siano la natura e le caratteristiche della comunione legale tra coniugi e confrontarle con quelle della comunione ordinaria, disciplinata dagli articoli 1100 e seguenti c.c..


3.1 Natura giuridica

Di non rilevante interesse nel caso di specie è la disquisizione dogmatica, già esistente prima della riforma del diritto di famiglia in relazione alla comunione convenzionale, sul fatto che la comunione debba essere vista come un soggetto di diritto autonomo o come una contitolarità di un patrimonio separato. E' appena il caso di ricordare in questa sede che la dottrina è ormai pressochè unanime nel condividere la seconda opinione prospettata. In questo stesso senso, sia pure non espressamente, si è pronunciata anche la Suprema Corte: in proposito è d'uopo ricordare la pronuncia n.1038 del 28 gennaio 1995. In essa si è chiarito che la previsione dell'articolo 186 lettera b) c.c., secondo il cui disposto i beni della comunione rispondono, tra le altre cose, di tutti i carichi dell'amministrazione dei beni medesimi, non esclude affatto che dei detti carichi ciascun coniuge sia chiamato a rispondere per intero. Il Giudice di legittimità, per giustificare questa scelta, si richiama alle norme codicistiche che attribuiscono l'amministrazione dei beni in comune e la rappresentanza processuale disgiuntamente ad entrambi i coniugi (cfr. articolo 180 comma 1 c.c.). Appare tuttavia evidente che, sottesa alla soluzione adottata dalla Cassazione, sta la concezione secondo cui la comunione non è un soggetto di diritto autonomo: solo la contitolarità dell'intero patrimonio giustifica infatti la scelta di far gravare su ciascuno dei coniugi, potenzialmente, il peso degli interi oneri di amministrazione del bene in comunione. Diversamente opinando, ci troveremmo di fronte a un soggetto (uno dei coniugi) chiamato a rispondere dei debiti di un altro soggetto giuridico (la comunione) non solo per la propria quota nella comunione ma anche per quella di un terzo soggetto (l'altro coniuge), il che appare improponibile.

Per quanto concerne la comunione ordinaria, inoltre, anche in questo caso si segnala un dibattito dottrinale sul punto: vi è stato chi ha sostenuto l'esistenza di un "ente comunione" (cfr. Branca, Comunione e condominio negli edifici, in Comm. Scialoja e Branca, articoli 1100-1139, Bologna - Roma, 1982, pg 5 e seg.) e chi ha parlato di una sorta di "proprietà collettiva" (cfr. Pugliatti, La proprietà nel nuovo diritto, Milano, 1964, pg 168). Anche in questo caso, tuttavia, la disputa può essere considerata ormai sopita nello stesso senso già indicato per la comunione legale, dovendosi reputare preferibile inquadrare la comunione all'interno del diritto di proprietà (cfr. Stefania Cervelli, I diritti reali. Manuale e applicazioni pratiche dalle lezioni di Guido Capozzi, Milano, 2001, pg 251 e seg.).


3.2 Il regime di comunione legale

Ciò posto per ragioni di completezza, più utile ai fini dell'analisi del caso affrontato dalla Suprema Corte è tratteggiare le linee guida del regime di comunione legale attualmente vigente. L'istituto, come realizzato dal legislatore, si differenzia da analoghe discipline di altri paesi europei (quali ad esempio Germania e Olanda) per essere un modello misto di comunione e separazione: sono previsti, infatti, alcuni beni comuni (cfr. articoli 177 e 178 c.c.) ed altri beni personali di ciascun coniuge (cfr. articolo 179 c.c.). La stessa categoria dei beni comuni, inoltre, deve essere divisa tra beni che fanno parte della comunione fin dal momento del loro acquisto da parte di uno dei coniugi (cosiddetta comunione attuale) e beni che vi entrano al momento dello scioglimento, se ancora esistenti (cosiddetta comunione residuale).

Queste prime considerazioni, di per sé sole, consentono già di evidenziare elementi fortemente peculiari della comunione legale rispetto alla comunione ordinaria. Da un lato, infatti, il regime di comunione legale, come definito dal legislatore, non è in realtà - come si è detto - un regime di "sola comunione" ma un regime di "comunione - separazione". Dall'altro, la previsione di beni che entrano in comunione al momento del suo scioglimento è un'ipotesi difficilmente accostabile al regime della comunione ordinaria, che è stato previsto dal legislatore per disciplinare fattispecie in cui la comproprietà dei beni è già in essere nei fatti e non futura e potenziale.

Un'analisi della giurisprudenza consente, inoltre, di trovare conferma ai dubbi supra avanzati sulla assimilabilità delle due figure. Anzi, la nota pronuncia della Corte Costituzionale n. 311 in data 17 marzo 1988 chiarisce come l'istituto della comunione legale dei beni tra coniugi, istituto disciplinato dagli articoli 177 e seguenti c.c., debba essere tenuto distinto anche concettualmente dall'istituto generale della comproprietà.

Le due comunioni, ad avviso del Giudice delle leggi, presentano, infatti, elementi differenzianti di tale peso da non giustificare un inquadramento dei loro rapporti in un rapporto di genere - specie. Come evidenziato nell'indicata sentenza, la comunione legale dei beni è una comunione senza quote, in cui i due coniugi non sono "individualmente titolari di un diritto di quota, bensì solidalmente titolari", proprio in quanto coniugi, "di un diritto avente per oggetto i beni della comunione".

Il riferimento al concetto di quota nella disciplina del regime di comunione legale dei beni deve essere inteso, secondo quanto esplicitamente affermato dalla Corte Costituzionale, come diretto esclusivamente a stabilire una misura di responsabilità patrimoniali nei seguenti casi:

a) la misura entro cui i beni della comunione possono essere aggrediti dai creditori particolari di ciascun coniuge (cfr.articolo 189 comma 2 c.c.);
b) la misura della responsabilità sussidiaria di ciascun coniuge con i propri beni personali nei confronti dei creditori della comunione (cfr. articolo 190 c.c.);
c) la proporzione di ripartizione di attivo e passivo in caso di scioglimento della comunione (cfr. articolo 194 c.c.).

Questa esclusiva funzione di misurazione, per così dire, spiega perché il legislatore abbia espressamente previsto l'inderogabilità della ripartizione per quote paritarie della comunione legale: si tratta infatti di un criterio legale per la risoluzione di specifici problemi e non di diritti individuali propri di ciascun coniuge, diritti che sarebbero disponibili naturaliter, stante la vigenza nel nostro ordinamento del principio di libertà dell'iniziativa privata.

Al contrario, nell'istituto della comunione ordinaria la quota ha un rilievo sostanziale. Quale esso sia esattamente è argomento dibattuto in dottrina. Una teoria più risalente riteneva che la comunione limitava non il diritto del comunista ma il suo oggetto, attribuendo al partecipante un diritto assoluto su una parte ideale della cosa. Detta teoria era fondata soprattutto sulla lettera dell'articolo 679 del vecchio codice civile, il quale espressamente stabiliva che "ciascun partecipante ha la piena proprietà della sua quota" ma è oggi respinta dalla dottrina.

Si preferisce attualmente ricostruire il fenomeno della comunione ordinaria come una quota ideale di proprietà sul bene intero (cfr. Lener, La comunione, in Trattato Rescigno, vol. 8, Torino, 1982, pg 269) oppure su quota indivisa (cfr. Guarino, voce Comunione (diritto civile), in Enc. Dir., VIII, Milano, 1961, pg 250 e seg). Ne risulta dunque una limitazione nei diritti del comunista, che tuttavia può liberamente trasferire il proprio diritto a terzi, pur non potendo disporre del bene intero, non avendone la proprietà intera.


4. La natura degli atti di disposizione

Quanto al secondo quesito, non vi è dubbio che gli atti di disposizione di un bene siano da ricondurre all'interno della categoria degli atti di straordinaria amministrazione. Anzi, essi possono essere considerati, per così dire, gli atti di massima straordinaria amministrazione, in quanto comportano l'uscita del bene dal patrimonio del disponente.

Sul punto, per ragioni di completezza, è d'uopo ricordare che la Corte di Cassazione, proprio con riferimento al regime della comunione legale dei beni, ha osservato che costituiscono atti di straordinaria amministrazione anche gli atti dispositivi con effetto obbligatorio, quali ad esempio il contratto preliminare di compravendita (cfr. ex plurimis Cass. n. 16177 del 21 dicembre 2001).


5. La disciplina applicata dalla Suprema Corte

Poste queste premesse, appare del tutto condivisibile l'orientamento della Suprema Corte, che ha ritenuto applicabile al caso di specie la disciplina di cui all'articolo 180 comma 2 c.c., ove è previsto che gli atti di straordinaria amministrazione debbano essere compiuti congiuntamente da entrambi i coniugi.

Tuttavia, come osservato dal Giudice di legittimità, il compimento di un atto dispositivo di un bene in regime di comunione legale da parte di uno solo dei coniugi non comporta l'applicazione del disposto dell'articolo 1153 c.c., invocato dalla difesa della Signora Caia. L'acquisto effettuato dal Signor Mevio, infatti, non può essere considerato come acquisto a non domino, in quanto il singolo coniuge può disporre dell'intero bene comune (mentre non può, come si è detto, disporre della propria quota nella comunione) perché egli deve essere considerato proprietario, in solido con l'altro coniuge, dell'intero bene.

Questa particolare circostanza ha indotto il legislatore a prevedere una specifica disciplina che contemperi l'interesse del terzo acquirente e quello del coniuge illegittimamente pretermesso dall'amministrazione del bene. Detta disciplina, contenuta nell'articolo 184 c.c., esclude in radice che possa applicarsi quanto previsto dall'articolo 1153 c.c.. Il codice civile ha sul punto previsto la necessità del consenso di entrambi i coniugi per gli atti di disposizione di beni in comunione legale, configurando così, secondo quanto riconosciuto espressamente dalla giurisprudenza, un negozio unilaterale autorizzativo, destinato a rimuovere un limite legale all'esercizio di un potere già in capo al singolo coniuge (cfr. in proposito Cass. nn. 15177/2000 e 284/1997).

Ove il detto consenso non sia stato prestato, il legislatore ha differenziato i possibili esiti a seconda del tipo di bene ceduto: per quanto riguarda i beni immobili e i mobili registrati, il comma 2 dell'articolo 184 c.c. prevede la possibilità che il coniuge leso nel suo diritto proponga azione di annullamento entro limiti temporali specifici. Ove invece, come nel caso de quo, il bene ceduto sia mobile non registrato, residua soltanto in capo al coniuge che ha realizzato la cessione l'obbligo di ricostituire la comunione nello stato in cui si trovava precedentemente o di risarcire il danno.

Sulla base di questa espressa previsione, la Suprema Corte ha perciò respinto il ricorso presentato dalla difesa della Signora Caia, affermando che "tutti gli atti di disposizione di beni in comunione familiare diversi dagli immobili e dai mobili registrati sono pienamente validi ed efficaci anche se compiuti da uno dei coniugi senza il consenso dell'altro".

La soluzione è, de iure condito, pienamente condivisibile.

De iure condendo, tuttavia, occorre osservare che non appare più rispondente alla realtà economica odierna una distinzione di importanza (e conseguentemente di efficacia della tutela) dei cespiti di un patrimonio basata sulla contrapposizione tra beni immobili e mobili registrati, da un lato, e altri beni mobili dall'altro. Un tempo l'elemento più certo e importante del patrimonio di un soggetto era indubitabilmente l'immobile; per questa ragione la disciplina codicistica prevede una tutela più forte del patrimonio immobiliare, cui sono stati in qualche modo equiparati altri beni considerati di particolare rilievo, tutela offerta anche a scapito di una riduzione della libertà di circolazione dei beni stessi ( in proposito è sufficiente pensare alla sostanziale incommerciabilità di un immobile facente parte di una eredità controversa per avere un esempio chiaro del possibile contrasto tra esigenze di tutela dei diritti dei singoli ed esigenze di tutela della libera circolazione dei beni).

Nell'economia attuale il rilievo della componente immobiliare nei patrimoni non è certamente lo stesso, tanto più che spesso, per le ragioni più svariate, la stessa proprietà degli immobili viene detenuta indirettamente mediante l'attribuzione degli stessi a società, di cui si detiene il pacchetto azionario (e l'azione è, com'è noto, un bene mobile… anzi, si potrebbe forse dire il bene mobile per eccellenza). In questo contesto, dunque, sarebbe opportuna una riflessione del legislatore. Lo scrivente si chiede, in sostanza, se sia opportuno ed utile, nell'interesse non solo dei singoli ma dell'economia della Repubblica, apprestare una qualche forma di tutela più forte per beni di particolare rilievo, quale senza dubbio è un'azienda dotata di avviamento, ove essa sia sottoposta al regime della comunione legale e per avventura non contenga al suo interno alcun bene immobile o mobile registrato, come è avvenuto nel caso affrontato dalla Suprema Corte.

Non è agevole dare una risposta a questo quesito, in quanto la soluzione muta a seconda della prospettiva scelta. Se si guarda più alla tutela del coniuge a fronte della concreta difficoltà di recuperare il controvalore del bene ceduto e sottratto alla comunione (stante la facilità con cui un soggetto può rendersi incapiente), si può ritenere opportuno cercare di tutelarlo maggiormente con uno strumento assimilabile a quello previsto dall'articolo 184 comma 1 c.c.. Se, al contrario, si privilegia l'importanza di consentire un rapido passaggio di beni produttivi secondo le regole del libero mercato, si dovrà ritenere necessario ed inevitabile il sacrificio degli interessi del coniuge pretermesso0.

Non si può fare a meno di aggiungere che, ove si acceda alla prima tesi, occorrerebbe poi verificare se sia concretamente possibile la costruzione di un meccanismo che consenta la tutela del coniuge pretermesso senza ledere i diritti dei terzi in buona fede, dovendosi necessariamente operare un bilanciamento di interessi anche in riferimento a questa circostanza: infatti, mentre per i beni immobili e i mobili registrati il terzo si può difendere adeguatamente verificando se il bene sia o no sottoposto al regime di comunione legale, ciò non potrebbe avvenire con riferimento ad una azienda, stante l'attuale legislazione.

 
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