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Home il Foro penale Raccolta generale (il Foro penale) Spendita di monete false e ricettazione: concorso apparente di norme
Spendita di monete false e ricettazione: concorso apparente di norme PDF Print E-mail
Autore: avv. Patrizia Zaccone   
Il Tribunale di Palmi, sez. staccata di Cinquefrondi (dott. E.Bucarelli) con la sentenza n.206/09, ha individuato una nuova ipotesi di concorso apparente di norme, non vagliata dalla Suprema Corte se non in un lontano precedente, risalente al 1986. Così è possibile leggere nel corpo della citata sentenza: “E’ infatti evidente che entrambe le norme (art.455 c.p. e art.648 c.p., ndr) puniscono l’acquisto, ricezione e detenzione di beni di provenienza illecita e che l’art. 455 (riguardante solo le monete e banconote) sia norma speciale che prevale su quella generale di cui all’art. 648 c.p”. (1)
L’art.455 del codice penale sanziona la condotta di chi, pur non avendo partecipato alla contraffazione ovvero all’alterazione, introduca nel territorio dello Stato, acquisti o detenga monete alterate o contraffatte al fine di metterle in circolazione, ovvero le spenda o le metta altrimenti in circolazione. Il fatto tipico, penalmente rilevante, è dunque rappresentato dal possesso di monete falsificate, supportato dalla consapevolezza della non genuinità delle stesse. Siamo innanzi ad un reato a dolo specifico atteso che, oltre la rappresentazione e la volontà della condotta tipica e antigiuridica, il legislatore richiede uno scopo ulteriore: l’obiettivo di mettere in circolazione le monete, così da trarne un profitto. 

Forti sono le analogie con il reato di cui all’art.648 c.p.. Invero, la ricettazione consiste proprio nell’acquisto o ricezione di danaro o altre cose provenienti da delitto al fine di trarne profitto, ravvisandosi anche in questo caso una fattispecie a dolo specifico. Per la giurisprudenza di legittimità, il reato de quo è comprensivo di una serie di attività successive ed autonome rispetto alla consumazione del delitto presupposto, finalizzate al conseguimento di un profitto (2). In effetti, il legislatore, nel definire la fattispecie in esame, esordisce escludendo i casi di concorso nel reato.

Come anticipato, tra le condotte delittuose sinteticamente delineate è possibile ravvisare notevoli elementi in comune: entrambi i reati in esame si realizzano mediante l’acquisizione di una res illecita, con modalità non espressamente specificate, con la coscienza dell’illiceità del bene e con la precisa finalità di ricavare un vantaggio.

Un medesimo fatto storico, dunque, consistente nell’acquisizione consapevole di monete alterate o contraffatte – bene proveniente da precedente delitto – finalizzata alla spendita delle stesse con l’obiettivo di ottenere un profitto, può essere ricondotto indistintamente ad entrambe le fattispecie considerate.

Nel caso deciso dal Tribunale di Cinquefrondi, l’imputazione comprendeva tanto l’art.455 c.p., quanto l’art.648 c.p., norme entrambe contestate all’imputato, anche se la condotta descritta nei capi d’accusa era sostanzialmente la medesima: ricezione delle monete e messa in circolazione delle stesse col fine di profitto.

Idem fatto e pluralità di norme applicabili: siamo di fronte ad una ipotesi tipica di concorso o conflitto apparente di norme.

Ravvisato il conflitto, il giudice di merito ha ritenuto che tra la spendita di monete false o contraffatte e la ricettazione sussisterebbe un rapporto di specialità, nell’ambito del quale l’art.455 c.p. rappresenta la norma speciale, dunque prevalente sulla fattispecie generale disciplinata dall’art.648 c.p..

Decisione perfettamente in linea con quanto stabilito dai giudici di legittimità: “Per la sussistenza del reato di cui all'art. 453 n. 3 e 4 cod. pen. occorre dimostrare il concerto tra colui che spende, mette o fa mettere in circolazione le monete falsificate e che ha eseguito la falsificazione o un suo intermediario. Fuori da tale ipotesi l'acquisto, anche di ingente quantitativo di monete falsificate da parte di chi si avvalga di una organizzazione, con scienza della falsità delle stesse al momento del ricevimento, integra la fattispecie prevista dall'art. 455 cod. pen., che si sostanzia, infatti in una vera e propria forma di ricettazione.” (3).

Il criterio di specialità, applicato nella sentenza 206/09, è l’unico espressamente previsto dal legislatore, che all’art.15 del codice penale così statuisce: “ Quando più leggi penali o più disposizioni della medesima legge penale regolano la stessa materia, la legge o la disposizione di legge speciale deroga alla legge o alla disposizione di legge generale, salvo che sia altrimenti stabilito”.

Dall’esame della norma è possibile ricavare i presupposti affinché si possa configurare un concorso apparente di norme: molteplicità di leggi o disposizioni di legge e medesima materia da esse disciplinata.

Il criterio in esame è di natura logico-formale, poiché si fonda sul rapporto di genere a specie.  Esclude, quindi, apprezzamenti di valore da parte dell’operatore del diritto. Invero, per la risoluzione del conflitto è sufficiente individuare la norma speciale, quale sottoinsieme dell’insieme costituito dalla norma generale (4).  

La voce “stessa materia” è stata particolarmente attenzionata dalla dottrina, perché a seconda del significato che ad essa si attribuisce, il criterio di specialità può essere applicato con ampio respiro ovvero con modalità più rigorose.

Alcuni autori ritengono sussista stessa materia nel solo caso di coincidenza del fatto e del bene protetto, che deve essere identico o omogeneo (5).

Sul punto, la Cassazione a Sezioni Unite, con una pronuncia del 1995, ha statuito che: “Perché si verifichi il concorso di norme (con la conseguente necessità di individuare la norma speciale che deroga a quella generale) è necessaria, in primo luogo, l'identità della natura delle norme, che devono essere, tutte, norme penali, e, successivamente, l'identità dell'oggetto di tali norme, che devono regolare, tutte la stessa materia; devono esser, perciò, caratterizzate dall'identità del bene alla cui tutela sono finalizzate” (6). In tal senso è orientata anche la giurisprudenza più recente (7).

Le maggiori obiezioni mosse alla teoria sull’identità del bene protetto concernono il giudizio di valore che tale interpretazione comporta e che contrasta nettamente con la natura propria del principio di specialità (4). 

Si è, altresì, parlato di specialità in concreto: rileverebbero non le analogie tra le astratte fattispecie di reato, bensì le modalità concrete con cui si è compiuto il fatto (8). Tale tesi sembra essere stata adottata dalla III sezione della Cassazione che, in una pronuncia del 2007, esclude l’operatività del principio di specialità qualora manchi l’identità naturalistica del fatto, sostenendo indirettamente che si ha stessa materia quando medesimo sia il fatto storico posto in essere dall’agente  (9).

Anche tale tesi non è risultata immune da critiche, mirate ad evidenziare che la specialità non può dipendere dalle modalità con cui è stato realizzato il reato: essa deve riguardare le norme in quanto tali (4).

Dunque, il rapporto di specialità riguarda le condotte illecite così come astrattamente previste dal legislatore. Con maggiore esattezza, la nozione di stessa materia “… omissis…si riferisce in genere alla omogeneità degli elementi costitutivi delle fattispecie astratte e dei beni-interessi tutelati … omissis…” (10).

La dottrina ha introdotto ad adiuvandum altri criteri volti ad individuare eventuali ipotesi di concorso apparente. Il riferimento è al criterio di sussidiarietà, rilevante qualora le norme prevedano stati o gradi diversi di offesa di un medesimo bene (5), e a quello di assorbimento o consunzione, applicabile allorquando la commissione di un reato implica necessariamente il verificarsi di un altro reato, meno grave e quindi assorbito dal primo che in sé lo contiene (4).

I giudici di legittimità hanno fatto propri tali criteri, ricorrendo ad essi nei casi in cui non poteva essere applicato il principio di specialità. In realtà, la giurisprudenza non sempre distingue tra sussidiarietà e assorbimento; in un caso, però, ha fornito una definizione precisa dell’assorbimento, affermando che: “…omissis… deve per altro verso riconoscersi l'operatività del principio di consunzione, per il quale è sufficiente l'unità normativa del fatto, desumibile dall'omogeneità tra i fini dei due precetti, con conseguente assorbimento  dell'ipotesi meno grave in quella più grave” (11).

Nel caso deciso dal Tribunale di Cinquefrondi, le norme interessate hanno identica natura, atteso che si tratta di norme penali. Bisogna, allora, verificare se le stesse concernano o meno la medesima materia.

Se per “stessa materia” deve intendersi corrispondenza del bene protetto, nessun conflitto, in prima analisi, potrebbe ravvisarsi tra la spendita di monete falsificate e la ricettazione. Invero, oggetto di tutela del’’art.455 c.p. è la fede pubblica, intesa quale interesse dello Stato a garantire la genuinità delle monete e correlativamente quale fiducia che ogni cittadino ha nell’efficacia immediatamente liberatoria della moneta come mezzo di pagamento (12).  Tale reato ha, dunque, natura plurioffensiva, attesa la sua attitudine a salvaguardare tanto l’interesse dello Stato alla regolarità della circolazione monetaria, quanto l’interesse dei privati che delle monete si servono e possono risultare danneggiati dalla falsità. In tal senso si è espressa anche la più recente giurisprudenza che, nel valutare la sussistenza di un eventuale rapporto di specialità tra le disposizioni di cui agli artt. 455 cod. pen.. (spendita e introduzione nello Stato, senza concerto, di monete falsificate) e 648 bis cod. pen. (riciclaggio), ha negato ogni conflitto perché le norme considerate tutelano beni giuridici diversi: la prima tutela la regolare circolazione della moneta e la credibilità degli istituti di emissione; la seconda tutela il patrimonio e l'ordine economico. (13).

L’art.648 c.p., invece, mira alla salvaguardia del patrimonio della vittima del reato, come desumibile dalla sua collocazione codicistica e come costantemente affermato dai giudici di legittimità (14).

Non mancano, comunque, autori che attribuiscono alla ricettazione natura plurioffensiva, ritenendo la stessa lesiva anche dell’amministrazione della giustizia, poiché la dispersione dei beni provenienti da delitto costituisce certamente un ostacolo allo svolgimento delle indagini (15). Tale tesi è stata avallata altresì da alcune sentenze della Cassazione, secondo le quali il delitto de quo è posto a tutela e dell'interesse statuale all'accertamento dei reati, che potrebbe essere ostacolato dalla dispersione delle cose di provenienza delittuosa, e del patrimonio altrui (16).

Riconducendo il concetto di “stessa materia” all’omogeneità degli elementi costitutivi delle fattispecie astratte, la specialità tra i delitti considerati sembra effettivamente sussistere.

Omogeneo è, invero, l’elemento soggettivo: il coefficiente psicologico richiesto per entrambi i reati è il dolo specifico, inteso quale rappresentazione e volontà dell’acquisizione di un bene illecito, in quanto proveniente da altro delitto, con lo scopo di trarne profitto.

Secondo la Suprema Corte, l'elemento soggettivo del reato di spendita e introduzione nello Stato di moneta falsificata consiste nella finalità di mettere in circolazione la falsa moneta, ricevuta in mala fede (17). Anche con riferimento alla ricettazione è ritenuta necessaria la consapevolezza della provenienza illecita del bene ricevuto, senza che sia indispensabile che tale consapevolezza si estenda alla precisa e completa conoscenza delle circostanze di tempo, di modo e di luogo del reato presupposto (18).

Allo stesso modo deve affermarsi per l’elemento oggettivo: la condotta descritta dal legislatore per entrambe le fattispecie consiste nell’instaurazione di una relazione materiale con la res delicti . Tale disponibilità può conseguire all’acquisto, alla detenzione o alla ricezione. L’art.455 c.p. non considera espressamente la ricezione, a differenza dell’art.648 c.p., ma è opinione prevalente che essa sia inclusa nell’acquisto (19).

Per quanto concerne, poi, il momento consumativo, la spendita di monete false o contraffatte risulta integrata allorquando il soggetto agente si trovi nel materiale possesso del danaro falsificato, non essendo necessaria la concreta messa in circolazione dello stesso. Quest’ultima circostanza rileva sul piano psicologico: per la giurisprudenza, “Il reato di detenzione di denaro falso è configurabile solo se vi sia l'intenzione del soggetto agente di mettere in circolazione le banconote contraffatte ricevute in malafede.” (20).

Anche per la fattispecie criminosa prevista dall'art. 648 c.p. il reato si ritiene integrato con il compimento di una qualunque delle attività indicate dalla norma successive ed autonome, rispetto alla consumazione del delitto presupposto, finalizzate al conseguimento di un profitto: acquisto, ricezione, occultamento o qualunque forma di intervento nel fare acquistare il bene (21).

È, dunque, di chiara evidenzia che, per entrambi i delitti in esame, la sussistenza degli stessi è ravvisabile a seguito dell’instaurazione di un legame con la res illecita.

I fattori specializzanti il reato di cui all’art.455 c.p. rispetto a quello di cui all’art.648 c.p. fanno riferimento alla precisa individuazione del bene illecito nel primo delitto, rappresentato dalle monete falsificate, laddove per la sussistenza della ricettazione rileva qualunque res delittuosa, e alla puntualizzazione della condotta attraverso la quale il soggetto agente trae profitto, ovvero la messa in circolazione delle monete, specificazione mancante invece nella ricettazione.

Momenti di congiunzione tra le fattispecie non possono escludersi neppure con riferimento al bene tutelato. Invero, nel concetto di fede pubblica, considerato a maglie larghe, può rientrare la tutela del patrimonio del soggetto che dalla spendita di monete false subisce un danno. Abbiamo già visto che i più recenti approdi di dottrina e giurisprudenza includono nella fede pubblica anche l’affidamento che i cittadini ripongono sulla genuinità e veridicità di tali mezzi di scambio (22). Partendo da tale premessa diventa logica la seguente conclusione: il soggetto che abbia ricevuto una moneta falsa come mezzo di pagamento ha certamente subito un danno al proprio patrimonio. Sul punto, conferme pervengono anche dalla Cassazione: la Suprema Corte, in tema di falso nummario (art. 455 cod. pen.), ha ritenuto “… omissis…la legittimazione a costituirsi parte civile del soggetto presso il quale la moneta contraffatta sia stata spesa e che abbia subito un pregiudizio di natura patrimoniale, il quale è risarcibile anche in sede penale, secondo la previsione generale dell'art. 185, comma secondo, cod. pen. - che fa riferimento "ad ogni reato che abbia cagionato un danno patrimoniale o non patrimoniale", mentre nessun rilievo assume il fatto che, trattandosi di reato contro la fede pubblica, esuli dalla tutela penale il danno patrimoniale eventualmente sofferto dal privato, in quanto ciò significa semplicemente che tale danno non rientra negli elementi costitutivi della fattispecie di reato, ma non certo che il danno eventualmente subito non sia risarcibile”.(23)

A conclusioni analoghe è giunta la giurisprudenza di legittimità con riferimento alla ricettazione rapportata alla condotta di detenzione per la vendita o del commercio di supporti audiovisivi abusivamente riprodotti, punita dall'art. 171-ter della legge 22 aprile 1941 n. 633. Tra le due fattispecie è stato ravvisato un rapporto di continenza in quanto nella norma codicistica sono compresi tutti gli elementi costitutivi della norma introdotta dalla legge n. 633 del 1941, che descrive più specificamente condotte già ricomprese, sul piano astratto, nella prima, con la quale si pone in rapporto di specialità. Più in particolare entrambe le norme presuppongono la commissione di un delitto, l'esistenza di un bene che ne costituisce il provento, la detenzione del bene illecito, il fine di profitto, la condizione negativa del non avere l'agente concorso nel reato presupposto, e presentano omogeneità dell'interesse tutelato, individuato nella repressione del traffico di cose che costituiscono il provento della commissione di reati. (24).

Nessun conflitto apparente è stato, invece, ravvisato dalla giurisprudenza tra ricettazione e commercio di prodotti con segni falsi ex art.474 c.p.. La questio è stata affrontata in maniera risolutiva dalle Sezioni Unite della Cassazione che, con la sentenza n.12 del 09.05.2001, ha così affermato: “La ricettazione è configurabile con riguardo a condotta che abbia ad oggetto beni con segni o marchi falsi. Il reato di ricettazione dei suddetti beni può concorrere con quello di commercio dei medesimi”.(25)

§

Bibliografia:

1. Tribunale di Palmi, sez.staccata di Cinquefrondi, sentenza n.206/09;
2. Cass. pen. 03/226569, Cass. pen. 03/224767;
3. Cass. pen., sez. V 05-02-1986 n. 1323;
4. Fiandaca-Musco, Diritto penale, parte generale;
5. Bettiol-Pettoello Mantovani, Diritto penale, p.717; Spiezia, Il reato progressivo, Udine, 1937, 576;
6. Cass. pen., sez. Unite 13-09-1995 n.9568;
7. Cass. pen. 234673/06; cass. pen. 25.01.2005, edita in Giustizia penale 06, II, 351; Cass. Pen. 05.12.2003, edita in Giustizia italiana 05, 135;
8. Antolisei, Manuale di diritto penale, parte generale,138;
9. Cass. pen., sez. III 11-10-2007, n. 37409;
10. Cass. pen., sez. V 11-04-1986 (16-01-1986), n. 2817;
11. Cass.Civ. sez.III, n.37409, cit., Giurisprudenza correlata:Cass. pen., sez. III, 07-07-2000, n. 1193; Cass. pen., sez. II, 24-02-2004, n. 7996; Cass. pen., sez. II, 08-02-2007, n. 5656; Cass. pen., sez. V, 16-02-2007, n. 6825;
12. Catalani, I delitti di falso, 15;
13. Cass. pen. Sez. III, 12/10/2007, n. 42109; Cass. pen. Sez. III, 12/10/2007, n.42109; Cass. pen. Sez. Unite, 29/11/2005, n. 3087;
14. Cass. pen. Sez. II Sent., 12/06/2008, n. 25773;
15. Santoro, La tutela penale del patrimonio, 58; Zanchetti, Ricettazione, Dig. Pen., 174 ss.;
16. Cass. pen. Sez. I, 21/09/1993; Cass. pen. Sez. III, 23/09/2004, n. 42203;
17. Cass. pen. Sez. V, 07/05/2004, n. 28646;
18. Cass. pen. Sez. IV, 12/12/2006, n. 4170;
19. Fais, Falsità in monete, Enc.D., 612;
20. Cass. pen. Sez. IV Sent., 19/04/2007, n. 25500;
21. Cass. pen. Sez. II, 16/06/2003, n. 30062;
22. Neppi Modana, Falsità in valori di bollo, Enc.D., 628;
23. Cass. pen. Sez. V, 02/12/2004, n. 49039;
24. Cass. pen. Sez. III, 23/09/2004, n. 42203;
25. Cass. pen. Sez. Unite, 09/05/2001, n. 12.
 
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