Vivere in condominio significa condividere spazi e abitudini, ma anche sopportare qualche disagio. Tuttavia, quando il cane del vicino abbaia di continuo, soprattutto di notte, il fastidio può diventare insostenibile. In casi del genere, la legge tutela chi subisce il disturbo, consentendo di chiedere non solo la cessazione del rumore, ma anche un risarcimento per i danni subiti. Una recente sentenza del Tribunale di Bologna ha ribadito che il diritto alla quiete e alla salute dei condomini non può essere compromesso, anche di fronte alla legittima presenza di animali domestici.
Possedere un animale in condominio è un diritto sancito dall’art. 1138 del codice civile, che vieta ai regolamenti condominiali di impedirne la presenza. Tuttavia, questo diritto trova un limite preciso: non deve ledere la tranquillità e la salute degli altri residenti.
Secondo la legge, infatti, il proprietario è obbligato a evitare che l’animale provochi rumori eccessivi o danni ai vicini. Se non adotta misure adeguate, può essere chiamato a rispondere civilmente del disturbo arrecato.
La giurisprudenza parla chiaro: quando il rumore supera la cosiddetta normale tollerabilità prevista dall’art. 844 c.c., il giudice può intervenire. Nel caso esaminato dal Tribunale di Bologna, l’abbaiare continuo di alcuni cani aveva superato di 18 decibel il livello sonoro di fondo, ben oltre la soglia ritenuta accettabile.
Cosa prevede la legge e come ottenere un risarcimento
Chi subisce un disturbo acustico può agire in due modi. Chiedere al giudice un provvedimento d’urgenza per far cessare immediatamente il rumore, ai sensi dell’art. 700 del codice di procedura civile. Richiedere un risarcimento dei danni, qualora il disagio abbia inciso sulla salute, sul sonno o sulla qualità della vita.
Nel caso bolognese, il giudice ha ordinato il trasferimento dei cani in un altro luogo e ha imposto al proprietario una penale giornaliera in caso di mancato rispetto dell’ordine. Una decisione esemplare che rafforza il principio di proporzionalità tra diritto alla proprietà e diritto alla quiete.
Perché una richiesta di risarcimento venga accolta, è indispensabile raccogliere prove concrete e oggettive. Ecco cosa serve:
Registrazioni audio o video che documentino la frequenza e l’intensità dei rumori.
Perizia fonometrica redatta da un tecnico, che misuri i decibel rispetto al rumore ambientale.
Certificati medici o relazioni psicologiche che attestino lo stress, l’insonnia o altri disturbi legati al problema.
Comunicazioni all’amministratore o al vicino, che dimostrino i tentativi di risolvere la questione in via amichevole.
Il tribunale valuta con attenzione la documentazione presentata, soprattutto se emergono ripercussioni sulla salute, tutelata dall’art. 32 della Costituzione.

Prima di arrivare in tribunale, è sempre consigliabile cercare un accordo con il vicino o coinvolgere l’amministratore di condominio. Spesso, semplici accorgimenti come una migliore gestione dell’animale o una consulenza comportamentale possono risolvere la questione senza conseguenze legali.
Tuttavia, se il disturbo persiste e influisce sulla qualità della vita, la legge è dalla parte di chi subisce. Non si tratta solo di tutela del riposo, ma di un diritto fondamentale alla serenità domestica.
La sentenza del Tribunale di Bologna segna un precedente importante: chi è vittima dei rumori causati dagli animali altrui può ottenere sia la cessazione del disturbo sia un risarcimento dei danni. Il messaggio è chiaro: la convivenza civile in condominio si fonda sul rispetto reciproco, e i diritti di ognuno finiscono dove iniziano quelli degli altri.