La tua azienda ti deve dei soldi e non lo sai: chiedi subito il risarcimento, lo dice la Legge

La Suprema Corte di Cassazione ha recentemente riaffermato un principio fondamentale nella tutela dei lavoratori vittime di stress da lavoro.

La sentenza n. 31367 del 2025 ha fatto chiarezza su un tema sempre più rilevante nel diritto del lavoro: la responsabilità del datore di lavoro per danni alla salute psicofisica del dipendente, anche quando non si riesce a dimostrare un disegno persecutorio.

Il caso affrontato dalla Cassazione riguarda una lavoratrice che aveva denunciato una situazione di stress lavorativo protratto nel tempo, lamentando un danno alla propria salute psicofisica risalente a circa dodici anni prima. Nei gradi precedenti di giudizio, la Corte d’appello aveva escluso la sussistenza di mobbing perché mancava un intento persecutorio continuativo e unitario contro la dipendente. Pur riconoscendo alcune tensioni e comportamenti non sempre corretti, la Corte aveva ritenuto che questi fossero dovuti a esigenze organizzative o a disservizi imputabili alla stessa lavoratrice, negando così il diritto al risarcimento.

La lavoratrice, tuttavia, ha proposto ricorso in Cassazione, contestando la valutazione della Corte d’appello soprattutto per la mancata considerazione delle certificazioni mediche che collegavano le patologie psicofisiche alla condizione lavorativa, aggravata anche dalla gravidanza, e per la errata inversione dell’onere della prova.

Straining e stress lavoro-correlato: la nuova frontiera della tutela

La Cassazione ha accolto il ricorso, ribadendo che l’articolo 2087 del Codice Civile impone al datore di lavoro un obbligo contrattuale di tutela della salute del lavoratore. Non è necessario dimostrare la volontà persecutoria per ottenere un risarcimento: è sufficiente che le condotte o l’ambiente lavorativo siano oggettivamente idonei a ledere la salute o la dignità del dipendente. Questo principio amplia la portata della tutela risarcitoria anche a casi di straining, una forma attenuata di mobbing caratterizzata da stress prolungato e forzato, che può derivare anche da episodi isolati o da un clima lavorativo ostile.

Secondo la giurisprudenza più recente, il datore di lavoro risponde civilmente qualora consenta, anche per negligenza, che si instauri un ambiente stressogeno, o adotti comportamenti che, pur non essendo formalmente illegittimi, producono ansia, isolamento o umiliazione nel lavoratore. Ciò è particolarmente rilevante nei casi in cui il dipendente sia in condizioni di vulnerabilità, come nel caso della lavoratrice incinta protagonista della sentenza.

Le decisioni della Cassazione richiamano con forza l’obbligo per i datori di lavoro di valutare e prevenire i rischi derivanti da stress lavoro-correlato, come previsto dal Testo Unico sulla sicurezza sul lavoro (D.Lgs. 81/2008). La mancata adozione di adeguate misure di prevenzione espone l’azienda a una responsabilità contrattuale, con conseguente obbligo di risarcire il danno subito dal lavoratore.

Questa giurisprudenza si inserisce in un contesto normativo e sociale che riconosce sempre più l’importanza della salute mentale sul luogo di lavoro e la necessità di contrastare forme di pressione psicologica anche non intenzionale. La tutela offerta non è più limitata alle ipotesi classiche di mobbing, ma include ogni situazione che possa compromettere la dignità e la salute del lavoratore, ampliando così la protezione nei confronti di chi subisce condizioni lavorative gravose.

In un altro caso di rilievo, la Cassazione Civile, Sezione Lavoro, con la sentenza n. 28923 del 18 ottobre 2023, ha confermato che anche in assenza di una condotta mobbizzante con intento persecutorio, il datore di lavoro è responsabile qualora crei o consenta un ambiente lavorativo stressogeno che danneggia la salute del dipendente. Nel caso esaminato, la lavoratrice aveva subito un progressivo demansionamento e un clima lavorativo ostile, con conseguenze molto gravi sulla sua salute e sulla sua carriera, culminate in dimissioni rassegnate per giusta causa.

Questo orientamento giurisprudenziale ha implicazioni significative: il datore di lavoro deve monitorare costantemente le condizioni psico-fisiche dei propri dipendenti, intervenendo tempestivamente per prevenire o eliminare situazioni di stress e disagio. La responsabilità non si limita a comportamenti esplicitamente vessatori ma si estende anche a condotte indirette o omissioni che creano un ambiente tossico.

Le sentenze sottolineano inoltre l’importanza della prova: il lavoratore deve dimostrare i fatti dannosi e la violazione delle regole da parte dell’azienda, mentre il datore deve provare di aver adottato tutte le misure necessarie per evitare il danno. Tale inversione dell’onere della prova rappresenta un elemento chiave nella tutela dei diritti dei lavoratori.

L’evoluzione normativa e giurisprudenziale in materia conferma una crescente attenzione alla prevenzione dello stress lavoro-correlato e alla responsabilità delle imprese nel garantire ambienti di lavoro salubri e rispettosi della dignità umana, anche in assenza di dolo o volontà persecutoria esplicita.

Nota informativa: I contenuti di questo articolo hanno valore puramente divulgativo e non costituiscono consulenza legale professionale. Verificare sempre le fonti ufficiali o consultare un esperto.
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