Se hai commesso questa serie di errori, le nuove regole parlano chiaro: ecco perché rischi di non poterlo ottenere.
C’è chi viaggia per scoprire, chi per fuggire, chi per ritrovarsi. Ma al di là delle motivazioni, una cosa è certa: il desiderio di partire accomuna milioni di italiani. Le statistiche lo confermano, una persona su due preferisce investire i propri risparmi in esperienze, piuttosto che in oggetti. Eppure, dietro la magia di un volo prenotato o di una valigia pronta all’avventura, si nasconde una realtà spesso trascurata: la burocrazia del viaggio.
Chi ha organizzato un viaggio all’estero almeno una volta sa bene quanto sia cruciale un documento apparentemente semplice ma decisivo: il passaporto. È lui, quel piccolo libretto bordeaux, a fare la differenza tra la libertà di oltrepassare un confine e l’amara sorpresa di dover restare a terra. E non serve un grande errore per compromettere tutto: bastano piccole disattenzioni, un dettaglio trascurato, una scadenza dimenticata.
Ogni anno, infatti, migliaia di persone si ritrovano a dover rinviare partenze o cancellare sogni per colpa di un documento non aggiornato o di una pratica respinta. L’errore può sembrare banale, ma le conseguenze non lo sono affatto. Perché, prima di perdersi nel mondo, serve imparare a muoversi in modo consapevole nei meandri della burocrazia.
Addio al passaporto: ecco l’errore banale che in tanti commettono e compromette la possibilità di partire
In Italia, il tema della riscossione dei debiti è da sempre un terreno spinoso. Nonostante l’efficienza e la capillarità dei controlli fiscali, lo Stato continua a scontrarsi con la difficoltà di recuperare quanto gli è dovuto.

E se già all’interno dei confini nazionali il percorso è spesso tortuoso, la situazione si complica ulteriormente quando il debitore decide di trasferirsi all’estero. Non si tratta di un’impresa impossibile, ma di un procedimento che si muove tra tempi lunghi, passaggi burocratici intricati e collaborazioni internazionali che non sempre funzionano come dovrebbero.
Proprio da questa complessità è nata una convinzione diffusa: quella secondo cui chi ha debiti, specialmente con l’Agenzia delle Entrate, non possa ottenere o rinnovare il passaporto. Un mito duro a morire, alimentato dal timore che lo Stato voglia impedire la fuga dei contribuenti morosi. Ma la realtà è più sfumata e, come spesso accade, scritta nero su bianco nella legge.
La normativa di riferimento è la legge n. 1185 del 1967, che regola le condizioni per il rilascio del passaporto. In essa si specifica che non possono ottenerlo coloro che devono ancora scontare pene detentive o pagare multe e ammende derivanti da condanne penali. In altre parole, non tutti i debiti rappresentano un ostacolo: soltanto quelli che nascono da una sentenza del giudice. Tutte le altre pendenze, come i debiti civili o fiscali, non precludono la possibilità di partire.
Tuttavia, se il debito deriva da una multa o da un’ammenda comminata in seguito a un reato, la questione cambia. In quel caso, il pagamento della sanzione è condizione necessaria per ottenere il documento di viaggio, a meno che non intervengano prescrizioni, indulti o altri provvedimenti giudiziari che ne cancellino l’obbligo.
La legge italiana, d’altra parte, tutela il diritto alla libertà personale: nessun cittadino può essere privato della possibilità di muoversi se non per motivi gravi e stabiliti da una sentenza. Impedire a chi ha debiti di viaggiare, senza una base penale, sarebbe una misura sproporzionata e contraria ai principi costituzionali.
In definitiva, chi ha conti in sospeso con lo Stato può, nella maggior parte dei casi, ottenere il passaporto, ma deve farlo con consapevolezza. Verificare la propria posizione, capire la natura del debito e, se necessario, regolarizzarla è il modo migliore per evitare spiacevoli sorprese. Perché partire è un diritto, ma farlo in regola con la legge è anche un dovere.