Avvocati, va avanti la riforma
Regole più rigide per l’accesso all’ordine, divieto di prima iscrizione agli over 50. No all’emendamento Casson sul compenso di base per i giovani praticanti.
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Regole più rigide per l’accesso all’ordine, divieto di prima iscrizione agli over 50. No all’emendamento Casson sul compenso di base per i giovani praticanti.
Le libere professioni italiane restano ai margini del confronto competitivo a causa di una regolazione troppo invasiva. Inderogabile, quindi, una riforma organica del settore capace di riconoscere la reale tutela degli interessi generali, contro le res
Si svolgerà giovedì 12 ottobre a Roma la manifestazione “di protesta e di proposta”, organizzata dal CUP (Comitato Unitario Permanente degli Ordini e Collegi Professionali). Gli Ordini protesteranno contro l’abolizione dei minimi tariffari per le libere professioni, il divieto di pubblicità informativa e il divieto di fornire servizi professionali interdisciplinari. Nel corso della manifestazione sarà presentato uno schema di disegno di legge di riforma delle libere professioni.
La riforma delle Authority passa il primo traguardo. Nel Consiglio dei Ministri del 2 febbraio 2007 il Governo ha approvato il disegno di legge che interviene a modificare il sistema composto dalle Autorità indipendenti.
Il disegno di legge delega il Governo a procedere al riordino dell’accesso alle professioni intellettuali, alla
riorganizzazione degli ordini, albi e collegi professionali, al riconoscimento delle associazioni professionali, alla disciplina delle società professionali e al raccordo di tali disposizioni con la normativa dell’istruzione secondaria superiore e universitaria.
Il 23 ottobre la Camera ha definitivamente approvato la sospensione, fino al 31 luglio 2007, di buona parte della riforma dell’ordinamento giudiziario varata dalla precedente maggioranza nella scorsa legislatura. In particolare, la sospensione interessa due aspetti di rilievo della riforma ideata dall’ex-ministro Castelli: la cosiddetta separazione delle carriere e la progressione in carriera dei magistrati.
Comincerà il suo iter dal Senato, dove la maggioranza è più fragile, la riforma dell’ordinamento giudiziario. Una "scelta obbligata" per "far approvare il ddl in tempo utile", ha spiegato il ministero della Giustizia; ma che ha provocato la reazione durissima delle toghe, che sono tornate a minacciare il ricorso "a ogni iniziativa di lotta".
Approvata dalla Commissione Affari costituzionali del Senato in sede legislativa. Il testo prevede che la responsabilità e la direzione della politica informativa sono attribuite al Presidente del Consiglio.
Finalmente, il Senato ha licenziato la riforma dell’ordinamento giudiziario presentata dal guardasigilli Mastella (e la Camera con ogni probabilità confermerà il voto di Palazzo Madama), destinata a sostituire in gran parte quella varata nella scorsa legislatura dal governo di centrodestra e dall?allora ministro Castelli. La difficile situazione della maggioranza in Senato ha fatto sì che il testo approvato sia frutto di compromessi che hanno lasciato l’amaro in bocca a molti, specie agli avvocati. Ma anche fra i magistrati, che alla fine hanno deciso di revocare lo sciopero già proclamato, non è mancata l’insoddisfazione.
Tuttavia, quello che probabilmente interessa di più il cittadino è sapere quali saranno gli effetti della riforma: migliorerà il rendimento del nostro sistema giudiziario? Dureranno meno le cause? Avremo giudici, e pubblici ministeri, migliori? Non è facile dare risposte definitive a queste domande. La riforma è un insieme di provvedimenti molto complesso e, soprattutto, molto dipenderà da come verrà applicata. Qualcosa si può dire però fin d’ora.
La separazione delle carriere: un finto problema?
Uno dei temi che ha contrapposto di più magistrati e avvocati è stata la cosiddetta separazione delle carriere di giudice e pubblico ministero, con i magistrati ostili o comunque diffidenti, e gli avvocati favorevoli a una separazione radicale che arrivasse magari alla creazione di due corpi distinti. La soluzione è un compromesso: in futuro non dovrebbero più essere possibili i passaggi "porta a porta" del giudice che va a fare il pubblico ministero nello stesso ufficio o viceversa. Sono state, infatti, stabilite incompatibilità regionali, per i passaggi nel settore penale, e provinciali, per quelli che toccano il civile e che sono quindi meno "pericolosi" per l’imparzialità del giudice.
Si è detto spesso che si tratta di un falso problema e che i mali del nostro sistema giudiziario (ad esempio la durata eccessiva dei procedimenti) non dipendono certo dalla separazione. In parte è così. Ma c’è un aspetto che va tenuto in conto: il tema della separazione avvelena da anni i rapporti fra avvocati e magistrati. In queste condizioni, un sistema giudiziario non può funzionare bene. Inoltre, buona parte dei problemi del nostro processo dipende dalla complessità e rigidità delle norme che lo regolano (1), ma senza una maggiore collaborazione fra i suoi protagonisti sarà difficile arrivare a una semplificazione.
Le finte novità
La riforma Mastella mette in pensione il macchinoso sistema di concorsi ideato da Castelli e lo sostituisce con verifiche quadriennali secondo parametri minuziosamente indicati. Che i parametri di riferimento delle valutazioni siano descritti in modo più preciso può forse essere un bene. Della loro efficacia nel garantire magistrati più preparati si può però dubitare. La ragione è che la struttura della valutazione è rimasta sostanzialmente quella del passato: pareri dei consigli giudiziari, da cui gli avvocati sono rimasti esclusi, e decisione finale del Csm. In altre parole, non si è spezzato il circolo vizioso per cui i controllori sono eletti da ‘ e quindi responsabili verso ‘ coloro che debbono controllare. Se a questo si aggiunge che non esistono limiti al numero di "promozioni" economiche che possono essere decise, si può tranquillamente capire che poco o nulla è cambiato rispetto al passato (a parte la necessità di riempire molti fogli di carta in più). Si può scommettere che, con l’eccezione dei casi più gravi, per la stragrande maggioranza dei magistrati la carriera continuerà a essere scandita solo dall’anzianità.
E quelle (forse) vere
In un’organizzazione, quando per qualche ragione non si può fare affidamento sui controlli interni, si cerca di intervenire sul reclutamento. Se è molto difficile sanzionare le cadute di professionalità di chi fa parte del corpo giudiziario, un rimedio almeno parziale è quello di sceglierne con maggior cura i componenti. Qui la riforma prevede effettivamente qualche novità.
La prima è che la partecipazione al concorso richiederà, d’ora in poi, qualcosa di più della semplice laurea in giurisprudenza. Non siamo certo alla situazione di molti paesi, specie anglosassoni, dove il giudice è scelto tra chi ha un’esperienza professionale almeno decennale, ma il passo avanti rispetto al passato c’è. Qualcuno si lamenterà dicendo che così si aumentano i costi per le giovani e i giovani che vogliono intraprendere la carriera giudiziaria. E’ vero: il rimedio non è però rendere il reclutamento più facile ma istituire un serio programma di borse di studio per "i capaci e meritevoli".
L’altra novità importante è la creazione di una Scuola della magistratura con il compito di curare la formazione iniziale e permanente dei magistrati. L’Italia era ormai il solo fra i grandi paesi europei a non avere un’istituzione specializzata nella formazione giudiziaria. Se vogliamo avere magistrati migliori, che emettano sentenze migliori, che siano in grado di organizzare il proprio e l’altrui lavoro in modo migliore, la preparazione universitaria non basta: dobbiamo formarli meglio. In questo, la scuola può svolgere un ruolo cruciale. Certo, che ministero e Csm abbiano fatto a gara per prevalere negli organi di gestione segnala il rischio che alla Scuola non venga concessa l’autonomia necessaria per ben funzionare. Resta che qui sta un elemento di innovazione potenzialmente positivo. Il futuro ci mostrerà presto se verrà sviluppato davvero.
Sarà del debitore l’onere di fornire la prova dei requisiti di non fallibilità: questa una delle novità presenti nel testo sulla riforma del fallimento varato lo scorso 15 giugno dal Consiglio dei Ministri.