Aggressione verbale sul posto di lavoro, ecco come difenderti!

aggressione sul luogo di lavoro

Se sei vittima di una aggressione verbale sul posto di lavoro tale da avere ripercussioni a livello personale con insonnia, depressione, ansia o perfino pensieri suicidi, allora è opportuno che tu legga attentamente questo breve approfondimento.

Prima di cominciare, però, una precisazione importante: non ogni comportamento ‘spiacevole’ di un/a collega o di chi sia gerarchicamente superiore costituisce aggressione verbale sul posto di lavoro.

Vediamo i casi più frequenti:

1) L’offesa sporadica (o più o meno ricorrente). Una singola offesa rivolta direttamente (tecnicamente, una ingiuria) è un comportamento ormai depenalizzato e potrebbe al massimo dar luogo a un risarcimento in sede civile;

2) L’offesa non riferita direttamente all’interessato/a ma a due o più persone diverse costituisce diffamazione ai sensi dell’art. 505 del Codice penale e trova tutela in sede penale oltre che civile per un eventuale risarcimento;

3) L’assegnazione del dipendente a mansioni al di sotto delle proprie capacità, magari collocandolo/a in un stanza senza telefono o computer con cui poter eseguire il proprio lavoro costituisce mobbing e trova tutela sia penale che civile;

4) L’aggressione verbale sul luogo di lavoro, ripetuta, e tale da generare nella vittima un costante stato di ansia, depressione, insonnia fino a pensieri autolesionistici estremi, costituisce una forma di violenza psicologica che, come già vista tra i validi motivi di una separazione con addebito, anche sul luogo di lavoro trova ovviamente tutela penale e civile.

Trattandosi di un reato e implicando l’esercizio dell’azione penale, le conseguenze per l’autore dell’aggressione verbale sul luogo di lavoro saranno particolarmente pesanti (si veda sull’argomento l’articolo conseguenze di un esposto alla Procura della Repubblica) ed è necessario quindi muoversi potendo dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio quanto riferito nella propria querela.

Oltre alle testimonianze dei colleghi che, anche se comprensibilmente timorosi nell’esporsi, non potranno sottrarsi alle domande del Pubblico Ministero, anche ogni e-mail o documento sarà valutato come elemento di prova in àmbito penale.

Perfino le registrazioni che la vittima effettuerà di cose dette in propria presenza saranno utili agli inquirenti per accertare i fatti e le eventuali false testimonianze rese dai fedelissimi dell’aggressore.

Così come il comportamento all’origine, anche le ripercussioni sulla sfera personale e private andrebbero documentate. Rientrano tra gli elementi di prova utilizzabili a opinione di chi scrive eventuali referti del pronto soccorso o medico-specialistici nel caso ci si sia rivolti a uno psicologo, al medico di base per prescrizioni contro l’ansia, la depressione o l’insonnia e infine le testimonianze di familiari e amici stretti…

La soluzione alla prolungata aggressione verbale sul posto di lavoro è quindi rappresentata dalla querela che, accompagnata da tutti gli elementi di prova possibili, bisognerà presentare entro 90 (novanta) giorni dall’ultima aggressione.

Il/la dipendente potrà successivamente scegliere se permanere in azienda dove, a seconda dell’organizzazione e della dimensione le conseguenze della querela saranno sicuramente diverse, oppure se presentare dimissioni per giusta causa che daranno diritto al versamento del TFR oltre che del pagamento dell’indennità di disoccupazione da parte dell’INPS.

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